jueves, 14 de mayo de 2009

festa della cinta















La festa della “Cinta”

La festa della "Cinta" è una festa che si svolge ogni prima domenica di maggio e pare abbia avuto origine nella seconda metà del XVII secolo, ripresa, poi, con più
entusiasmo dopo il terremoto del 1783. In quel periodo quei luoghi furono colpiti da una terribile carestia, seguita da pestilenza, quindi le genti di quelle contrade decisero di porsi sotto l'alta protezione della Madonna. Un singolare pellegrinaggio, formato anche dagli abitanti delle contrade vicine, accorse al Pettoruto e ai piedi della Madonna venne formata una "recinzione" simbolica, un muro contro il male, da qui il nome "Cinta". Il morbo non varcò quei confini idealmente sbarrati, e con il ritorno della primavera tutto ritornò a fiorire e si gridò al miracolo. Da allora la prima domenica di maggio si perpetua questa consuetudine e si va in processione a ringraziare la Madonna. Una fanciulla vestita di bianco reca un cesto di vimini foderato di candida seta ed adorno di fiori contenente una lunga cordicella imbevuta di cera: la "CINTA". La fanciulla, col sacro fardello sulla testa, lascia la chiesa matrice preceduta dal sacerdote e seguita dai fedeli e a piedi si percorre la vecchia strada che conduce al Pettoruto. Qui viene celebrata una solenne messa e benedetta la "cinta" che poi viene ridotta in piccoli pezzi e distribuita ai fedeli per accenderla nei momenti di grave bisogno. Questa festa una volta veniva celebrata anche in altri comuni limitrofi ma da qualche anno in quà si svolge solo a San Sosti.
Anche in Argentina, la comunità di San Sosti ha mantenuto viva questa tradizione. Infatti, domenica 3 maggio, in una fresca mattinata il piccolo popolo dei devoti della Madonna del Pettoruto si è riunito nella sua cappella di San Isidro per celebrare la Santa Messa e poi andare in processione fino alla sede abruzzese, dove si è svolto il pranzo. Il presidente dellassociazione ha ricordato, in particolar modo, l’impegno di Franca Alì, che, nonostante la malattia della mamma, ha lavorato per il successo della festa.

martes, 5 de mayo de 2009







Mamma Schiavona

A quasi 1300 metri di altezza, nella catena del Partenio, nell’Appennino irpino, tra vette gigantesche che formano autentici baluardi dell’altopiano, sorge il più famoso santuario dell’Italia Meridionale, sul posto che ai tempi del grande poeta latino Virgilio, sorgeva un tempietto dedicato a Cibele, dea della natura e della fecondità.
Virgilio che era un intenditore, salì varie volte su questo altopiano che porta il suo nome, lasciando i suoi impegni a Napoli, per trovare le pianticelle aromatiche per distillare gli elisir di lunga vita, che poi nei secoli successivi e ancora oggi, i frati produssero distillando i liquori benedettini tipici del luogo.
Non era facile arrampicarsi lassù su quei monti dell’Irpinia, ma alle dovute soste per riposarsi, ci si poteva ritemprare lo spirito con le vedute mozzafiato che da lì si ammiravano, dal Vesuvio, alla vicina Avellino, l’intero golfo di Napoli con le meravigliose isole di Capri, Ischia, Procida e poi la vasta pianura della fertile Campania.
Nei primi anni del 1000, arrivò su questa montagna un giovane pellegrino diretto in Palestina, ma per volere di Dio dirottato qui, Guglielmo da Vercelli.
Con addosso un saio visitò i Santuari dell’Italia settentrionale, poi andò in Spagna a S. Giacomo di Compostella e al suo ritorno decise di percorrere tutta la penisola per andare in Terrasanta; ma proprio quassù Gesù gli apparve dicendogli di fermarsi e di erigere un tempio alla Vergine al posto di quello dedicato alla Gran Madre pagana.
Guglielmo non era di carattere facile e dopo aver distrutto il preesistente tempio con l’idolo, si impose a vescovi e papi, per mettere in atto il suo intento e costruì una piccola chiesa alla Vergine Maria. Fondò una Organizzazione monastica germogliata dal tronco benedettino che chiamò Congregazione Verginiana; la fama di questi eremiti - monaci si sparse in tutta l’Italia Meridionale e Sicilia.
San Guglielmo espose nella chiesetta alla venerazione dei fedeli, una piccola immagine della Madonna, che negli ultimi decenni del XII secolo fu sostituita da una bellissima tavola, dove la Vergine appare incoronata e in atto di allattare il Bambino, questa tavola è conservata nel museo del Santuario ed è detta ‘Madonna di s. Guglielmo’. Il santo monaco fondatore si spense probabilmente il 25 giugno del 1142 nel monastero di S. Salvatore in Goleto (AV), mentre i primi pellegrini salivano il monte Partenio, sempre più numerosi.
Ben presto Montevergine diventò la casa madre di 50 piccoli monasteri che erano stati via via fondati, poté così imporre la realtà della propria esistenza ai papi ed ai re di Napoli, chiedendo la propria indipendenza.
La tavola della Madonna fu sostituita intorno al 1300 da una immagine imponente, su una tavola di notevoli proporzioni, rappresentante la Madonna, che prenderà il titolo di Montevergine, seduta su una grande seggiola, con il Bambino sulle ginocchia.
L’icona giunse a Montevergine circondata da leggenda e devozione; si diceva dipinta addirittura da s. Luca, che aveva conosciuta la Madonna e aveva osato ritrarla, egli sarebbe soltanto l’autore del capo, ma sgomento non aveva finito il viso; addormentatosi, l’aveva trovato completato il mattino dopo da misterioso intervento celeste.
La gente la chiamò “Madonna Bruna”, o anche detta, “Mamma Schiavona”, e così è giunta l`immagine anche in Argentina, dalle parti di Lomas del Mirador, dove un folto gruppo di fedeli l`ha devotamente omaggiata. Infatti, domenica 19 aprile nella sede dell`Associazione di San Giovanni di Montemarano il P. Fabrizio, invitato dal presidente Carmelo Bonetti, ha celebrato la santa messa, a cui è seguito il pranzo. L`immagine della Madonna di Montevergine splendeva maestosamente nella fresca e soleggiata domenica per la gioia dei suoi devoti.












San Gabriele dell`Addolorata

L`autunno arrivato da un giorno all`altro ha concesso alla associazione Radici Abbruzzesi di San Isidro di festeggiare San Gabriele dell`Addolorata in una meravigliosa giornata di sole. L`aria fresca conciliava l`atmosfera serena e festosa che ha riunito gli italo-argentini di origine abruzzese nella loro splendida sede domenica 19 aprile. Nella mattinata si è svolta la santa messa celebrata in italiano e presieduta dal cappellano della comunità italiana. Subito dopo la processione di San Gabriele ha contagiato di gioia il quartiere circostante. La giornata è seguita con il pranzo nel salone dell`associazione. Bisogna fare i complimenti al novello presidente Antonio D`Alessandro, che nonostante alle prime armi, è stato attento ai minimi dettagli. La celebrazione eucaristica e la processione si sono svolte in un clima di intensa fede e devozione. La partecipazione di questa comunità italo-argentina è veramente ammirevole, ma lo è soprattutto il loro impegno nel rendere onore a San Gabriele e nel dare prestigio e bellezza alle tradizioni italiane in Argentina.

San Francesco di Paola
Vena Inferiore


San Francesco di Paola è certamente una delle devozioni italiane piu` diffuse in Argentina. Ad un anno dal V centenario della sua morte (1507-2007), le comunità che venerano il santo calabrese lo hanno festeggiato con tutti gli onori. Va ricordato che, oltre al monolito del Santo nella città di Buenos Aires, San Francesco è festeggiato e fortemente venerato nella chiesa di Uquia nella provincia di Jujuy, esiste un monumento dedicato al santo a Puerto Madryn, nella città di Santa Cruz si trova il Faro Cabo de San Francisco de Paola e, infine, la Bahia delle isole Malvinas porta il nome del santo calabrese.
Domenica 19 aprile, la comunità calabrese proveniente da Vena Inferiore ha festeggiato San Francesco nei pressi di Lomas del Mirador. La parrocchia di San Giovanni Bosco e Santa Chiara ha accolto la festa che tutti gli anni si svolge per le strade del quartiere, con la partecipazione di molte associazioni, ma anche della scuola parrocchiale. I bambini della scuola rappresentano piccoli sketch teatrali e danzano folklore argentino. Durante la mattinata della domenica si è svolta la prima solenne messa, presieduta da Mons. Baldomero Carlos Martini. Nel pomeriggio la processione si è conclusa con la messa presieduta dal cappellano della collettività italiana, che ha sottolineato la necessità di un gesto di solidarietà verso i terremotati dell`abbruzzo.

viernes, 27 de marzo de 2009

San Mauro Castelverde

Senz`ombra di dubbio i fondatori del quartiere di San Mauro Cstelverde di Quilmes non avrebbero mai immaginato che la devozione potesse mettere radici così profonde nella loro zona di residenza. La storia racconta che l`originale paese italiano fu chiamato San Mauro perchè alcuni monaci benedettini donarono agli abitanti una parte del cranio di San Mauro. Nel 1863 fu aggiunto l'appositivo Castelverde derivato dall'omonimo castello costruito nelle vicinanze del luogo. A Quilmes non c`è il craneo di San Mauro e neanche il castello, ma due splendide scuole e una cappella. Gli abitanti della zona si fanno chiamare maurini e anche quest`anno come da sempre hanno celebrato il loro santo nella tradizionale festa patronale. Svoltasi domenica 15 marzo, la festa di San Mauro è stata illuminata da una meravigliosa giornata di sole e dalla gioia dei maurini nel festeggiare il loro santo patrono.

San Nicodemo

San Nicodemo di Mammola

La Festa Patronale in onore di San Nicodemo Abate Basiliano si svolge ogni anno il 12 marzo, in ricordo della morte avvenuta a 90 anni e precisamente il 12 marzo del 990 nell'antico Monastero del monte Kellerano sugli altipiani della Limina nel Parco Nazionale dell'Aspromonte territorio di Mammola.
Gli annali raccontano che Teofane e Pandia furono i genitori di Nicodemo, che nacque a Cirò (Catanzaro) nei primi anni del X secolo, lo affidarono alla cura spirituale di un pio e dotto sacerdote, Galatone, contemporaneamente il ragazzo progredì nelle scienze sacre e nella pietà. Entrato nella vita monastica, chiese l’abito monastico all’austero abate s. Fantino, ma gli fu rifiutata più volte questa richiesta, perché non veniva ritenuto adatto a quella vita di studi, penitenze e mortificazioni, vista la sua gracile costituzione fisica. Deluso ma non convinto, insisté tramite i buoni auspici di altri monaci, finché s. Fantino commosso dalle sue insistenze, gli concesse l’”abito angelico”, così chiamato tra i monaci greci di quel tempo.
Nicodemo divenne insieme a s. Nilo di Rossano, esempio splendente di vita ascetica del Mercurion, cresciuti e formati tutti e due alla rigida scuola dell’abate s. Fantino; essi accomunati ad altri santi monaci calabro-siculi resero famosa in tutta la Cristianità la loro Comunità, al punto che Oreste, patriarca di Gerusalemme la descrisse elogiandola, nei suoi autorevoli scritti e biografie.
Nonostante i settanta anni passati nell’asprezza della vita ascetica, Nicodemo visse circa 90 anni, tantissimi per quei tempi e a dispetto della sua gracile costituzione fisica; morì nel monastero di Mammola, che prese poi il suo nome, il 25 marzo 990.
I miracoli fiorirono sulla sua tomba e quindi venne proclamato santo, allora non c’erano tutte le procedure che occorrono oggi. Nel 1080 i Normanni trasformarono il piccolo oratorio con la sua tomba, in una grande chiesa, restaurando anche il monastero e concedendo privilegi e beni.
Le reliquie furono poi traslate nella chiesa di Mammola nel 1580 che lo proclamò suo patrono nel 1630, fissando la festa liturgica al 12 marzo. I pontefici nei secoli successivi concessero particolari indulgenze nell’occasione della sua festa e altre celebrazioni.
Il Comune di Mammola nel 1884 fece decorare artisticamente la cappella, una ricognizione delle reliquie è stata effettuata il 12 maggio 1922 nella coincidenza dell’inaugurazione della ricostruita e abbellita chiesa.
Qui in argentina, grazie allo sforzo dei mammolesi emigrati, la devozione a San Nicodemo di Mammola si è mantenuta intatta, ed ogni anno l`associazione mammolese rende onore al suo santo patrono. Quest`anno la sede dell`associazione Cinquefrondi è stato il luogo ideale per una festa, svoltasi tra amicizia e cordialità la domenica 15 marzo. Alla messa è seguito il tradizionale pranzo e balli all`aperto.

martes, 27 de enero de 2009

Santa Cristina di Sepino, Monte Chingolo. Lanus


Santa Cristina di Sepino

Le feste patronali dell`associazione sepinese di Monte Cingolo, realizzatesi domenica 11 gennaio, sono senza dubbio una bella occasione per riscoprire una devozione, che ha attraversato l`oceano per arricchire l`Argentina della fede, la storia e della cultura dei sepinesi.
Le prime testimonianze di fede cristiana nel territorio di Sepino sono documentate dalla presenza, nel V secolo, di una sede vescovile a Saepinum, l'antica Sepino romana in località Altilia.
E' documentato, infatti, l'insediamento nell'anno 454 del vescovo Palladio e nel 501 di Proculeiano, il quale partecipò al sinodo celebrato a Roma da Papa Simmaco. A seguito della dominazione Longobarda, presente in questa zona già nel VI secolo, verosimilmente la diocesi venne a cadere.
La città di Saepinum, che intanto aveva preso il nome di Altilia e annessa al Castaldato di Boiano, si spopolò progressivamente a seguito anche di calamità naturali, come terremoti e alluvioni.
La città ritornò a nuova vita per merito del processo di recupero dell'agricoltura ad opera del monastero benedettino di S. Sofia di Benevento, che ha avuto una sede ad Altilia fino al 1119.
Le mutate condizioni politiche e la posizione in pianura, difficilmente difendibile, esposero però la città ai continui saccheggi dei Saraceni e ne decretarono, nel 882, il definitivo abbandono a favore di una posizione più a monte dove nacque il "Castellum Saepini", l'attuale Sepino.
Alla fine del 1089, secondo la tradizione popolare, un avvenimento eccezionale sconvolse la città di Sepino.
Due pellegrini, diretti in Terra Santa provenienti da Montpelier e transitati da Bolsena, portarono a Sepino le reliquie di S. Cristina. La popolazione, venutane a conoscenza, fece voto di fede ed elesse S. Cristina a protettrice.
Era il 10 gennaio 1099; da quel momento la Chiesa trasformò il titolo in S. Cristina.
A Sepino, Santa Cristina è festeggiata con la “crianzola”, una cena organizzata dal Sindaco che vede la partecipazione esclusiva dei capo famiglia del paese e delle contrade, durante la quale si assaggiano vini offerti dai produttori locali in ricordo di una vecchia usanza; c`è la consegna del "cartoccio": il cartoccio è un dono tradizionale dell'amministrazione comunale ai bambini di Sepino, confezionato con leccornie varie e dolci tradizionali; e infine, il giorno prima della grande festa, la processione delle Verginelle: bambine vestite di bianco, simbolo della purezza Santa, dopo aver ricevuto il cartoccio accompagnano i membri dell'amministrazione comunale in chiesa, dove si svolge la messa. Il sindaco reca in dono alla Santa oro, incenso e mirra.
Il legame che unisce i sepinesi di Lanus con il paesello d`Italia li vede affratellati in un gemellaggio, dove il ricordo reciproco li mantiene uniti non sono nei festeggiamenti, ma anche negli interscambi. Infatti, quest`anno il presidente dell`associazione sepinese ha annunciato la possibile presenza del parroco e del sindaco di Sepino per la prossima festa patronale a Lanus. Quest`anno il clima non è stato inclemente verso i devoti, che hanno celebrato la festa con la tradizionale messa, processione e festeggiamenti al`aperto.